Siamo lieti di presentare l'uscita di un’opera inedita: preziosa e originale per diversi motivi.
Si tratta di musica polifonica scritta non da un “addetto ai lavori” ma da un medico e scienziato.
È una musica nuova per testi antichissimi: il che accade, nella storia della Musica, quando il livello espressivo di un brano letterario o la centralità dell’argomento da esso trattato inducono i compositori a lasciarne intatte le parole, così da ripeterle nel corso dei secoli senza il dubbio che il riproporre strade già percorse possa diminuire l’interesse degli ascoltatori.
Stabat Mater, Ave Maria e Nunc dimittis, Domine, le ultime creazioni di Luciano Gattinoni, (famoso come medico innovatore, ma sconosciuto come compositore) costituiscono infatti un passo avanti nel glorioso cammino dei pregevoli testi che sin dalle origini del canto cristiano sono riecheggiati, in monodia o polifonia, nelle chiese e nei teatri di tutto il mondo.
Luciano Gattinoni compositore
Luciano Gattinoni (1945-2024) era a pieno titolo un dilettante di musica: un diletto che si basava su talento e passione. Avvicinatosi al mondo della musica fin da ragazzo, anche in modo creativo con brani da cantautore e interprete polistrumentista, infine forma insieme ad altri tre amici il quartetto vocale Mnogaja Leta, che accanto a diverse esperienze - dai canti di montagna alla musica popolare internazionale - si innamora della tradizione dei negro spiritual. Questi finiscono per rappresentare la parte più importante del loro repertorio, eseguito in migliaia di concerti nell’arco della loro vita e documentato da numerose pubblicazioni discografiche.
Ed ecco che, proprio negli ultimi anni della sua vita, Luciano Gattinoni compone e registra, con i Mnogaja Leta, tre opere di eccezionale livello spirituale e musicale.

Le composizioni sacre
Le tre opere di musica sacra forse non a caso nascono nella fase più difficile della vita di Gattinoni, quella in cui la malattia infausta lo ha posto di fronte alla consapevolezza di non avere più molto tempo per comunicare in musica quello che aveva dentro, e forse di riconciliarsi con un cristianesimo coltivato intensamente nella sua giovane età, poi abbandonato nel tempo della maturità, quando la scienza ha in qualche modo preso il posto della fede. Sicuramente se vi è stato un ritorno, non lo è stato in maniera manifesta: ma l’ardore con cui ha affrontato le tre opere ci lascia intendere che dentro di lui era in atto una profonda riflessione e un'istanza di rappacificazione.
La cronologia con cui ha lavorato alle tre opere non può essere casuale: il suo dolore fisico, che trova una comunanza con quello espresso nello Stabat Mater (agosto 2020), poi il momento in cui l’uomo si riconosce piccolo e la sua parola diventa preghiera, con l’Ave Maria (ottobre 2022), e alla fine - con il Nunc dimittis, Domine (febbraio 2023) - il sentirsi pronto per l’appuntamento con la morte, dopo avere riacceso dentro di sé la fiammella della Fede.
Queste composizioni sin dall’inizio sono scritte per quartetto vocale - il Mnogaja Leta Quartet - e l’armonizzazione rispetta quelle che sono le caratteristiche espressive dei quattro cantanti. Anche i recitati riprendono una modalità sperimentata nell'attività concertistica dal quartetto, soprattutto quando assolvono alla finalità di rendere l’ascoltatore partecipe dei testi, che in taluni generi sono in una lingua non sempre conosciuta da tutti (come l’inglese o il latino). Ed esse vedono, per l’aspetto “armonizzazione”, una partecipazione attiva da parte dei componenti il quartetto: ognuno apporta alla propria parte di “prima stesura” suggerimenti e cambiamenti dettati sia dal bagaglio tecnico, sia dal proprio sentire. Come sempre, il prodotto finale si raggiunge per piccoli passi, per continui affinamenti, sino a quando c’è un corale “ci siamo!”.
Stabat Mater. Chi si aspettasse qualche eco di canti già noti, con lo stesso testo, come le musiche di Iacopone da Todi, di Pergolesi, di Kòdaly, resterebbe sconcertato: né compostezza liturgica, né effusione del sentimento, né rapimento mistico, come in quelli appena citati. Piuttosto, un'esposizione del testo in cui il ritmo martellante e la ripetizione quasi ossessiva della melodia esprimono in modo originale la tragicità dell'evento. C'è una fissità, come di chi non può credere ai propri occhi di fronte alla tragedia che si consuma: l'uccisione dell'innocente e lo strazio della madre che vi assiste. La marcata concitazione, quasi senza che i cantori possano prender fiato, si ripete nella seconda parte, quando il canto è sostituito da un recitato accompagnato dalle basse note del “muto”: insistente, amaro, tragico nella sua composta omogeneità. La scansione rapida delle frasi cantate riprende nel finale, in cui la tensione si scioglie solo nella ripetizione estatica, appena rallentata, della frase iniziale.
Ave Maria è una composizione complessa, in cui l’armonia è priva di ogni possibile riferimento musicale a versioni già esistenti. Con essa, il compositore si rivolge a Maria come un figlio che attende uno sguardo misericordioso ed un balsamo per la propria sofferenza. Vi si avverte il dualismo tra una parte enunciativa, vicina alla devozione popolare, e una sofferta invocazione onde approdare ad una pace e ad un equilibrio interiore che l’essere umano non è in grado di raggiungere da solo. L’accoratezza si stempera via via negli accenti pacati che evocano lo stile composto dei canti popolari delle montagne, anche con ardite soluzioni armoniche, sino al finale pacificato e sereno.
Il testo del Nunc dimittis, Domine è l’incipit del “Cantico di Simeone”, contenuto nel Vangelo di Luca e ricorrente nella preghiera cristiana, in cui il sacerdote Simeone, dopo aver riconosciuto nel piccolo Gesù il Messia lungamente atteso, invoca così Dio: “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola”. È l’addio sereno alla vita di un uomo che è vissuto nell’attesa, senza mai vedere l’oggetto del suo desiderio, il quale si manifesta solo alla fine, quando egli può stringere fra le sue braccia il Salvatore, come gli era stato promesso. Quella promessa aveva sostenuto tutta la sua esistenza, ed ora è la motivazione dell’insistente richiesta, “In pace... in pace”, scandita a partire dalla metà del brano. Sulle parole “secundum verbum Tuum” la musica appare per un attimo attraversata come da un brivido, è quasi un gemito. Ma Simeone sa che Dio è fedele alla sua parola, perciò la domanda ritorna scandita, veemente, quasi imperiosa, pienamente certa della salvezza annunciata da secoli e che si è appena manifestata.
